Articoli di Giovanni Papini

1905


Federico Nietzsche 1

Pubblicato su: Leonardo, anno III, fasc. 17, pp. 82-89
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Data: giugno-agosto 1905




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   Con quante drappeggiature, con quanti paraventi con quante trine graziose Federico Nietzsche ha cercato di nascondere il suo triste segreto! Con quale involontaria malizia ha dato per sfondo al suo pensiero un grande scenario di proporzioni eroiche, con valli profondissime e montagne altissime, con caverne oscure e animali araldici! E quale diabolico accompagnamento in tempo accelerato di ruggiti di leoni, di gemiti di venti, di rombi di vulcani e di risate convulse!
   Ma tutto ciò non ha servito a nulla. Malgrado le immagini e le allegorie, malgrado gli ampi orizzonti scenografici e i crescendi delle sinfonie il secreto di Nietzsche è stato scoperto. In una parola - in una sola e piccola parola — sta il secreto di Nietzsche, nella parola debolezza!
   Perchè sorridete? Perchè vi meravigliate? Forse perchè Nietzsche ha fatto l'apoteosi della potenza ed ha inalzato degli inni alla forza? Ma è precisamente per questo ch'io son sicuro ch'egli fu un debole in tutta la malinconica estensione della parola. Veramente, però, non soltanto per questo, ma per molte altre ragioni che dirò immediatamente.
   Io mi vergognerei di sbrigarmi della filosofia del Nietzsche con qualche periodetto tra il tecnico e il pietoso sull'abuso dei narcotici, sul rammollimento ereditario e sulla paralisi progressiva, come hanno fatto volentieri molti uomini seri, medici o no. Ma è impossibile non tener conto che dal 1870 fino alla morte la salute del Nietzsche è stata molto cattiva. Egli è stato sempre oscillante tra l'eccitamento e l'accasciamento, tra le convalescenze e le ricadute, tormentato da crisi di nevralgie, di debolezza, di febbre che hanno avuto degli effetti, riconosciuti da lui medesimo, sopra la sua attività intellettuale. Fanciullo era cagionevole e delicato; uomo, dopo la


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malattia presa nelle ambulanze di Metz, è stato sempre più o meno malato.
   Ora tutto questo spiega moltissime faccie e moltissime attitudini del suo pensiero. Gli uomini non amano la debolezza e la malattia; quelli poi che le posseggono son portati a odiarle violentemente. I forti non fanno delle teorie per esaltare la forza i sani non scrivono l'elogio della salute — i lieti non predicano sulle virtù della danza e del riso. Soltanto i deboli, e dei deboli ambiziosi, anelano alla più alta potenza per il dolore di non avere neppure una piccola potenza reale e attuale — soltanto i malati, e dei malati che hanno continuamente degli alti e dei bassi, delle convalescenze e delle ricadute, comprendono la grande importanza del corpo e della salute del corpo — soltanto i malinconici fuggiaschi del pessimismo sentono il bisogno di consigliare a sè e agli altri la gioia. Soltanto i deboli, i malati, i tristi, hanno la paura, il terrore e quasi l'ossessione della fiacchezza, della infermità, dell'abbattimento, di tutto ciò, insomma, che ricorda troppo il loro stato medesimo. I forti, i sani non provano nessun ribrezzo a entrare negli ospedali, a visitare le sale anatomiche o i campi di battaglia, ma coloro che si sentono minacciati o minati da qualche morbo tremano e s'impressionano soltanto nel leggere un trattato di patologia.
   L'origine della glorificazione del corpo, della riabilitazione della carne e del loro corollario, cioè l'odio della malattia e della debolezza, che sono i punti salienti della filosofia nietzschiana, si deve dunque cercare, io credo, nella stessa debolezza e morbosità del filosofo.
   Il gesto eroico del Nietzsche è stato quello di voler reagire alla sua debolezza e alla sua morbosità, il suo tentativo di rinnegarla colla teoria, o forse di superarla a forza di fede nei loro contrari. Giacchè mi pare che il pensiero del Nietzsche sia un caso classico di applicazione involontaria del Will to Believe: sentendosi fiacco e infermo il Nietzsche ha voluto credere all'energia ed esaltare la sanità colla segreta speranza di acquistare o riacquistare l'una e l'altra. Non celebriamo noi piuttosto ciò che desideriamo di possedere invece di ciò che possediamo?
   Ma la reazione nietzschiana alla debolezza è rimasta puramente verbale e perciò questa rimane per quanto abbia tentato di superarla, l'antecedente massimo della sua filosofia. Nietzsche, come tanti altri della sua razza spirituale, ha fatto la teoria della non teoria, ha fatto gli appelli all'azione nell' inazione, ha fatto la letteratura e la rettorica della realtà e del fatto. Ha mostrato ancora una volta la sua debolezza non riuscendo a fare veramente e concretamente, nel mondo, nell'azione, quelle cose che teoricamente credeva superiori. Quanto diversa la sua vita di professore di greco e di poeta vagabondo da quella ch'egli sognava per il suo superuomo bellicoso e dominatore! Il suo sogno di una nuova civiltà è rimasto impigliato nelle parole, e invece di un creatore di nuove forme di esistenza egli è stato un disperato e solitario «cercatore di conoscenza».
   Egli non ha saputo, dunque, egli, l'ammiratore di Cesare e di Bonaparte, impadronirsi praticamente di ciò che è e allora, come quei cristiani e quegli utopisti, ai quali non ha risparmiato l'odio e le invettive, si è rifugiato anche lui in ciò che non è ancora, nell'avvenire, «Il presente e il passato sulla terra — ah, amici miei! — ciò è per me insopportabile e io non potrei vivere se non fossi un veggente di ciò che deve venire» (VI, 205) così parla Zarathustra, colui che dice di essere «un ponte per l'avvenire» (eine Brucke zur Zukunft). Egli ha voluto insegnare agli uomini il «senso della terra» ma non ha saputo imparare il «senso del presente». Egli è stato preoccupato, come tutti quelli che si trovano a disagio nell'attuale, dall'idea di passare avanti, di «sormontare», di «superare», «di oltrepassare» di andare «al di là», «al di sopra» (über). Egli ha presentato i suoi libri come «preludi dell'avvenire» e s'è compiaciuto dei lettori e dei discepoli che gli sarebbero venuti dopo trecent'anni. Egli ha consolato la sua impotenza presente coi voli poetici verso gli avveniri più lontani, ed ha nascosto la sua incapacità di fare col lampeggiamento delle profezie.
   E avesse almeno proclamata sempre, nella sua filosofia, la necessità di fare e di cambiare! Invece anche nelle teorie più astratte, dove egli avrebbe potuto compensare la sua inattitudine allo sforzo con qualche bella volontà di trasformatore, l'ombra della sua debolezza si stende sopra le metafore energiche dei suoi frammenti. Non solo si conosce incapace di cambiare immediatamente ciò che esiste concretamente e si rifugia nel futuro, ma afferma l'incapacità generale di cambiare ciò che è. La sua teoria dominante è, come vedremo meglio dopo, quella di accettare la natura. Quel ch'è naturale è buono, gli istinti son sacri, i bisogni del corpo sono intangibili. L'uomo deve ridiventare un pezzo di natura e non deve cercare di migliorare sè stesso. Tutto quello che c'è da fare oggi è di distruggere tutto ciò che gli uomini hanno creato per modificarsi (morali, leggi ecc.) e dopo lasceremo fare alla natura. Come liberarsi dal sospetto che questo rifiuto di modificare non provenga da un oscuro senso d'impotenza di modificare, cioè da una radicale persuasione di debolezza dinanzi alle cose, agli istinti e alle passioni?


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   Tanto più che questa impotenza del Nietzsche si manifesta non solo nel fondo del suo pensiero ma, anche nel modo col quale lo esprime. La sua volubilità (segno di facile stanchezza) che gli fece preferire la forma frammentaria e aforistica; la sua incapacità a scegliere fra tutto quello che pensava e scriveva che gli fece pubblicare una quantità di pensieri inutili o ripetuti; la sua riluttanza a sintetizzare, a costruire, a organizzare che dà ai suoi libri l'aria di mercati orientali ingombri di cenci vecchi e di drappi preziosi ammucchiati e mescolati senza ordine, sono dei buoni argomenti per supporre una, mancanza di imperium mentale, riflesso della fiacchezza generale del filosofo.
   Ma la prova più inaspettata di questa fiacchezza consiste, secondo me, nella sua incapacità ad essere veramente ed autenticamente originale. Le forme più alte e più difficili di originalità sono certamente queste due: trovare nuove interpretazioni e soluzioni di problemi antichi, o porre nuovi problemi, aprire strade assolutamente sconosciute. Il Nietzsche invece ha scelto le forme di originalità più comode e più agevoli: il rovesciamento delle dottrine esistenti e l'abbligliamento brillante e ricercato di pensieri antichi.
   Di fronte ai cristiani che cercano la vita dello spirito ha lodato il corpo — di fronte ai moralisti che cercano il bene ha lodato il male — di fronte ai pessimisti che rinnegano la vita ha lodato la vita. Egli ha detto no a quelli che dicevano sì, e sì a quelli che dicevano no. È stato un'eco a rovescio, ma un'eco. E quando è stato un'eco vera e propria, non ha voluto rimandare collo stesso tono le antiche voci di Callicle o di Eraclito, o quelle più recenti di Stirner o di Guyau e servendosi della sua cultura di umanista e di poeta le ha fiorettate e gorgheggiate armoniosamente, tanto che i primi che le hanno udite hanno creduto che si trattasse veramente di voci nuove uscite dal deserto invece che voci di ritorno, rese più sonore dalle grotte di Zarathustra.
   Egli che prediligeva, a parole, le imprese difficili, ha dunque seguìto le vie più facili e meno faticose della originalità e non ha saputo nè dare una nuova risposta alle vecchie domande nè fare agli uomini una nuova domanda. La sua filosofia è stata da capo a fondo la confessione e la proiezione della debolezza della sua vita.

II.

   Il pensiero di Federico Nietzsche ci offre lo spettacolo singolare di una quasi completa unità di dottrina attraverso tutte le fioriture di una immaginazione, di una rettorica, di un'arguzia perpetuamente instancabili nel preparare nuovi costumi. Dalla Geburt der Tragödie (1871) — e anzi ancor prima, dall'Homer als Wettkämpfer (1867) — fino al Wille zur Macht (1888) che avrebbe dovuto essere il gran testamento dottrinale, Nietzsche è vissuto sotto l'ossessione di tre o quattro idee, ch'egli ha ripetute, dimostrate, commentate, amplificate, miniate e niellate senza riuscire mai a cambiarle o ad accrescerle. In certi libri le ha espresse più timidamente, in altri più liricamente — in certi periodi le ha volute affermare colla fredda sottigliezza del dialettico, in certi altri le ha volute imporre colla sferza fischiante del satirico — le ha sussurrate colla glaciale ironia dei cinici ragionatori del dix-huitieme siècle, e le ha gridate e cantate con tutta l'emozione immaginosa di uno di quei rapsodi coronati d'oro di cui parla Platone. Tolti i modi d'espressione i cambiamenti teorici sono stati ben pochi — si sono limitati, tutt'al più, a. svolgimenti d'idee appena accennate in principio o ad attenuazioni d'idee un po' troppo frettolosamente proclamate e applicate.
   Per queste ragioni io non credo impossibile, come molti han creduto, dare un'idea d'insieme, fedele e insieme sistematica, della filosofia del Nietzsche, la quale, quando si lascino in disparte le ingegnose e talvolta oziose digressioni, si può esporre molto semplicemente e brevemente così:
   I cristiani e i pessimisti hanno torto, la vita ha ragione. Non è vero che la vita sia cattiva e che bisogni fuggirla e rinnegarla. Soltanto, per renderla degna di esser vissuta, bisogna accettarla completamente, com'è, non bisogna cercare di limitarla, di costringerla, di migliorarla, Bisogna dire di sì alla vita, ma a tutta la vita. Non bisogna rigettare niente, neppure quelle che si chiamano le cattive passioni o gli istinti pericolosi. Anzi l'istinto è il vero sapiente. L'istinto non fallisce mai. Tutto ciò che facciamo per istinto è buono. A11es Gute ist Instinkt (VIII, 93) L'uomo, qualunque cosa faccia, non pecca mai. L'importante è di non reprimere le nostre tendenze primordiali, e di rispettare il corpo, ch'è il nostro vero signore, invece di occuparci del miglioramento dell'anima o della fantastica vita dello spirito. Il corpo è sacro e ogni morale dev'essere rinnegata domani alle sue esigenze 2. I veri saggi non sono i moralisti ma, sono gli uomini primitivi, gli uomini dell'istinto, i fanciulli, i satiri, i selvaggi, i barbari e anche, perchè no? — anche coloro che cercano d'insorgere contro l'ingreggiamento progressivo, i delinquenti. Noi dobbiamo


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ricercare, esaltare e realizzare la vita piena, completa, ricca, esuberante, traboccante, tropicale, ascendente e dobbiamo perciò perseguitare, esiliare, sopprimere tutto quello che tende a impoverire, ad abbassare, a limitare, a imprigionare la vita. Noi dobbiamo perciò dir di sì anche alla guerra, alla rapina, all'asservimento, all'aggressione, a tutto quello che si dice cattivo o pericoloso, e dobbiamo invece dir di no, a tutte le morali, a tutti i costumi, a tutte le regole, a tutti gli imperativi.
   E non solo dobbiamo accettare tutta la vita ma anche tutto il mondo, tutte le cose, tutta la natura. Noi dobbiamo amare le cose come sono, effimere, passeggere, mutevoli e fuggevoli, diverse fra loro nello spazio, diverse fra loro nel tempo e dobbiamo odiare tutto ciò che vuole impoverire il mondo, come fa la filosofia coi suoi concetti astratti, tutto ciò che vuole incatenare il mondo, come fa la logica che si dà l'aria di morale della natura, tutto ciò che tende a disprezzare il mondo presente e vivente affermando ch'esso non è il mondo vero, il mondo reale ma ch'esiste, dietro di esso, il mondo dell'unità, della stabilità della più vera verità, della più reale realtà.
   Dunque, per serrare ancora di più le formule, accettazione di ciò che esiste e soppressione di ciò che impedisce la libera espansione di ciò che esiste.
   Ma la liberazione dell'uomo e del mondo, dell'uomo dalla morale del mondo dalla filosofia, non potrà essere che un momento transitorio, un ponte di passaggio, una posizione iniziale. E necessario creare la nuova legge, incidere le nuove «tavole dei valori», preparare l'avvento della nuova vita più libera, più ricca e più alta. Questo sarà il compito della nuova razza, dell'attesa stirpe dei superuomini, che realizzerà una specie di mistico ideale del fiore dell'umanità redenta.
   E neppure basta accettare il mondo com'è, non basta accettarlo una sola volta, ma è necessario accettarlo e desiderarlo con gioia e per centinaia e per migliaia di volte, per una infinità di volte, sempre uguale all'infinito, come insegna la terribile dottrina dello Eterno Ritorno.
   Amore della vita e odio del pessimismo e della morale; amore della diversità e odio dell'intellettualismo e della filosofia: ecco la prima parte del sistema. Aspettazione e preparazione della razza superiore aspettazione e desiderio della ripetizione perpetua del mondo: ecco la seconda. Nietzsche non è mai uscito di qua.
   Presentata così senza la toilette poetica che ha nelle opere del Nietzsche questa filosofia dimostra subito la sua parentela con quella filosofia ch'ebbe il suo massimo favore tra il 70 e il 90, nel tempo stesso in cui quelle opere furono pensate e pubblicate. Io credo, per conto mio, che la più espressiva definizione che si possa dare della filosofia del Nietzsche sia questa: una trasfigurazione ditirambica del naturalismo evoluzionista. Il Nietische ha detto, in bella poesia tedesca, ciò che altri diceva in cattiva o mediocre prosa francese o inglese, ma non ha detto molto di più.
   Il positivismo era sorto come reazione al vaporoso pessimismo romantico e contro alle fantasie idealiste della metafisica, aveva ripreso il materialismo del secolo XVIII, aveva cominciato la riabilitazione della carne contro lo spirito, del corpo contro l'Idea, e aveva dato un'importanza sempre maggiore a quelle che si chiamavano prima le «basse funzioni fisiologiche» o i vili «bisogni animali». Il Nietzsche colla sua apoteosi del corpo e coi suoi continui richiami alla fisiologia per spiegare i fatti più alti e raffinati dello spirito, seguì codesta strada e risalendo al cinico Diderot incontrò forse sul cammino l'apostolo della vita di natura, J. J. Rousseau, ch'egli maltratta volentieri di quanto in quanto, ma del quale riprese, volere o no, l'idea fondamentale del ritorno alla natura e della critica alla civiltà ipocrita e opprimente.
   E nel positivismo il Nietzsche trovava, oltre il fisiologismo, anche un'altra dottrina che gli servì di sostrato alla sua accettazione della vita, cioè il determinismo. Essa lo incoraggiò a non vagheggiare un cambiamento delle cose umane e gli dette la giustificazione naturale del bene e del male. Il Taine aveva detto che il vizio e la virtù sono secrezioni come il vetriolo e lo zucchero ma aveva fatto capire di preferire la virtù e lo zucchero al vizio e al vetriolo. Il Nietzsche va più là e non trova che ci sia da rifiutare qualunque cosa che venga naturalmente e necessariamente.
   Non meno evidenti sono gli influssi evoluzionisti nella filosofia nietzschiana. La teoria dell'evoluzione suggerì al Nietzsche due idee: la possibilità della formazione di una nuova specie di essere, di tanto superiore all'uomo quanto l'uomo è alla scimmia; e la glorificazione del mezzo, dello strumento (Wille zur Macht) cioè la preferenza data al poter fare rispetto al fatto, idea che si trova già espressa nettamente nelle analisi psicologiche dei primi etici evoluzionisti d'Inghilterra. La sua simpatia per i sentimenti guerreschi deriva dalla biologia darwiniana; la sua accettazione degli istinti primordiali della natura umana corrisponde all'obbedienza alle leggi delle cose dello Spencer. Ambedue, lo Spencer e il Nietzsche aspettano dei mutamenti nel futuro, ma ambedue


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vogliono che l'uomo chini la testa dinanzi a ciò che necessariamente esiste.
   Mancherebbe, nella dottrina nietzschiana, per argomentarne l'affinità con quella del positivismo con-temporaneo, il monismo.
   Infatti il Nietzsche, facendo contrasto in ciò con la maggior parte dei filosofi tedeschi, era amico del particolare e del diverso e aveva un discreto disprezzo per le ipotesi universaliste dei metafisici tradizionali. Ma cercando bene si vede che in lui il monismo si è nascosto e raffinato, ma non manca. Anzi ci sono, nel pensiero nietzschiano, due manifestazioni menistiche: la Vita e l'Eterno Ritorno.
   Nel Nietzsche la Vita, o i suoi equivalenti: l'Istinto e la Volontà, fa le parti che nello Schopenhauer erano della Volontà senz'altro. Essa è tutto e spiega tutto: la sua esaltazione è lo scopo del mondo. Essa ha dato origine all'arte, alla scienza, alla filosofia. Tutte le cose sono in servigio della vita tutte le cose sono manifestazioni particolari della vita. Essa è il criterio supremo. Ciò che a lei serve è buono, ciò che le nuoce è cattivo (VIII, 218).
   E non basta. Il mondo è composto di cose diverse, fuggevoli, mutevoli, ma queste cose diverse si ripetono identiche infinite volte, queste cose fuggevoli fuggono identicamente infinite volte. L'unità del mondo non è più nello spazio ma nel tempo. Il mondo non è unico, ma lo stesso mondo si ripete infinitamente sempre identico a sè stesso. Il monismo, cacciato da una parte dagli istinti empirici e fenomenisti del Nietzsche, rientra da un'altra parte sotto le apparenze dell'Eterno Ritorno.
   Non manca nulla, dunque, per fare del Nietzsche un buon positivista accompagnato, com'è di regola, da un evoluzionista e da un monista. La filosofia del Nietzsche è, se si vuole, una traduzione e una continuazione di quella dello Spencer: l'ingegnere inglese e l'ellenista tedesco sono assai più prossimi di quello che ciascuno di loro potesse immaginarsì.
   Questa vicinanza è già per me di cattivo genere e per quante ricche manciate di immagini mi getti dinanzi il Nietzsche non son rassicurato: la bella poesia non basta per salvare la cattiva filosofia. Può essere un'attenuante ma non tale da ottenere la grazia ed io non mi sgomento minimamente a preparare la sentenza contro l'eterno convalescente che ha scritto, fra tanti libri, anche un Gölzen-Dämmerung.

III.

   Ma pure, ripensandoci meglio, perchè sentenziare? Una filosofia come quella del Nietzsche non è criticabile e condannabile come uno dei tanti palazzi razionali che formano le città filosofiche di Germania e d'altrove. Siamo difaccia a un'affermazione di gusti personali, fatta per fini igienici o medicinali, per mezzo di litanie liriche o di vagabondaggi aforistici. Le preferenze del filosofo sono inattaccabili: nessuno potrà insultare il Nietzsche perchè ha provato maggior piacere a immaginarsi Giulio Cesare che un asceta del deserto, o perchè ha sentito il bisogno di una nuova specie di animali superiori, liberi da ogni pastoia etica e desiderosi di più alti destini.
   L'unica cosa criticabile è dunque il modo col quale ha voluto esprimere questi gusti e questi ideali. I modi del Nietzsche sono stati due: il poetico e il dialettico. L'esame del primo spetta ai critici delle lettere ed io credo volentieri con loro che Also spreach Zarathustra sia il più bel poema in lingua tedesca che sia stato scritto dopo il Fausit.
   Se il Nietzsche, cioè, si fosse limitato a cantare e proclamare i suoi amori e le sue ire in belle strofe ardenti e mordenti come quelle che ci commuovono e ci esaltano leggendo certe sue pagine, sarebbe inattaccabile da ogni lato e potremmo mettere come epigrafe alla sua opera quei suoi versi che si trovano nel magnifico Lied der Schwermuth.

   ...Nur Nur! Nur Dichter!
   Nur Buntes redent,
   Aus Narren-Larven bunt herauschreiend,
   Herumsteigend auf lügnerischen Wort-Brücken,
   Auf bunten Regenbogen,
   Zwischen falschen Himmeln
   Und talschen Erden,
   Herumschweifend, herumschwebend,
   Nur Nur! Nur Dichter!

(VI, 434).

   Ma egli non ha voluto essere soltanto poeta: come nei primi tempi scrisse Wir Philologen egli ha parlato spesso in nome di Wir Philosophen.
   Evidentemente egli ha voluto esser considerato soprattutto come filosofo — un filosofo che ha poco rispetto della filosofia e pochissimo dei filosofi — un filosofo che non stima la logica e odia la morale, ma pur nonostante, ad onta di tutto, filosofo. E come filosofo, cioè in quanto uomo che vuol esprimersi ia una certa maniera, il Nietzsche è criticabile da tutte le parti.
   Le sole critiche, cioè, che si possano fare decentemente al Nietzsche, quando non si voglia fare la parte di pinzochere offese o di vestali della ragione, sono delle critiche di metodo.
   Io fingerò, dunque, di non occuparmi se gli scopi del Nietzsche, se le cose che vuol dimostrare, sono preferibili o no ad altre, ma cercherò se i modi coi


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quali vuol arrivare a quelli scopi e dimostrare quelle sue affermazioni, sono adatti alla loro funzione.
   La differenza fra questo genere di critiche e quello che si rivolge a combattere la sostanza delle cose dette piuttosto che il modo col quale si dicono, non è poi, francamente parlando, così grande come a qualcuno potrebbe parere.
   Quando si critica il metodo bisogna servirsi per forza dei resultati del metodo, cioè delle idee espresse, come quando si critica una macchina bisogna riferirsi agli oggetti che produce. E d'altra parte, quando si criticano sul serio le teorie, non si fa altro che dimostrare o che son contradditorie fra loro, o che sono contraddette da altri fatti, o che derivano da analisi insufficienti, cioè si tenta di far vedere che ci sono in loro delle colpe logiche e delle deficienze di osservazione.
   Tutte le critiche che non rientrano in questa classe non sono altro che contrapposizioni pure e semplici di gusti a gusti, di valutazioni a valutazioni, d'interessi a interessi.
   Le critiche di metodo son dunque le sole veramente critiche perchè pongono il giudice in una posizione, almeno apparentemente, imparziale, in quella cioè di un uomo il quale dovendo giudicare una compagnia di tiratori non si occupasse del colore o della distanza dei bersagli ma soltanto dell'approssimazione colla quale certuni vengon colpiti.
   Preso da questa parte il Nietzsche non mi sfugge più, giacchè dal punto di vista del metodo, la sua opera, è certo una delle più deplorevoli che sian nate negli ultimi tempi. Il Nietzsche è stato certamente, dopo lo Schopenhauer, il più anglo-francese dei filosofi tedeschi, cioè uno dei meno sformati dall'idropisia concettuale dei suoi colleghi concittadini. Ma per quanto abituato dai francesi all'amore delle cose fini e sottili e dagli inglesi all'amore delle cose concrete e limpide, egli non riuscì a soffiar vía dalla sua mente tutta la nuvolaglia teutonica.
   Il primo segno ne abbiamo nell'indeterminatezza in cui lascia proprio quelle cose che sono gli assi della sua filosofia, come la Vita, l'Istinto, la Potenza.
   Quando parla della Vita non sa far altro che accodarci degli aggettivi simpatici come «piena», «ricca», «traboccante», «totale», «prodiga», «tropicale», «ascendente» i quali farebbero credere ch'egli volesse tutta la vita, in tutte le sue forme.
   Si tratterebbe cioè di un ideale quantitativo, secondo il quale, cioè, sarebbe buono tutto ciò che accresce il capitale della vita, senza occuparsi se l'accrescimento consiste in monete d'oro o in azioni a basso prezzo. Ma continuando a leggere ci si accorge che il Nietzsche non accetta indifferentemente qualunque forma della vita, ma che odia anzi certe cose che appartengono pure, per definizione, alla vita, quali l'amore per i prossimi, il desiderio di dare delle leggi agli altri, ecc.
   Ci sono dunque delle esclusioni: pare che non tutta la vita sia veramente vita, pare che esista una gerarchia tra le varie manifestazioni vitali. Ma una gerarchia suppone un criterio col quale decidere quali sono legittime e quali no e questo criterio non può esser fornito dall'idea di quantità e di abbondanza perchè questa consiste appunto nell'accettare tutte le varietà e le attitudini possibili, e non può esser dato neppure dall'idea di «ascensione» perchè questa è subordinata evidentemente a un fine ultimo, che in questo caso non si sa quale possa essere.
   La stessa indecisione si trova rispetto all'istinto, che pure rappresenta, nella dottrina nietzschiana, qualcosa di simile al Dio ignoto. L'Istinto, che rassomiglia un poco a una combinazione della Volontà schopenhaueriana coll'Inconscio di Hartmann, che possiede per il Nietzsche la suprema saggezza e la perfetta bontà, non si sa precisamente cosa sia e come sia possibile obbedirgli sempre. Ci sono infatti, in uno stesso uomo, degli istinti opposti che si combattono tra i quali bisogna per forza scegliere. Non è anzi questa incompatibilità e diversità di istinti che ha fatto sorgere il bisogno di una specie di corte d'appello, chiamata religione, morale, legge o in altro modo? Se gli istinti fossero stati sempre d'accordo fra loro e fossero stati sempre saggi non ci sarebbe stata certamente tutta quella fioritura di mezzi per correggere o estirpare certuni di essi che al Nietzsche dispiace così tanto. E il Nietzsche non ha pensato anche a un'altra cosa: che quelli che si chiamano istinti sono, certe volte, delle solidificazioni di antiche abitudini prodotte da giudizi e da riflessioni. Il mondo degli istinti è in parte lo stadio cristallino della ragione, e il Nietzsche, così nemico della logica e della scienza, ha corso il rischio, elogiando gli istinti, di lodare dei ragionamenti cristallizzati.
   Neppure l'idea di Potenza appare molto felicemente nella dottrina nietzschiana. Volontà di Potenza è, a quanto pare, volontà di cambiare, ma non basta poter cambiare: bisogna sapere come e che cosa cambiare, e in quale direzione operare i cambiamenti. Il Nietzsche non ha mai dato una risposta chiara a questi problemi, o meglio l'unica che ha dato è stata che la volontà di potenza è tutto ciò che serve per l'accrescimento della vita, il che restringe moltissimo l'idea di potenza, perchè l'uomo non ha bisogno soltanto di acquistare e di possedere ma anche di sopprimere e di gettar via.
   Questa indeterminatezza, tutta propria di quella fraseologia superficiale che passa presso i tedeschi e


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presso gli ammiratori dei tedeschi per profondità, si ritrova anche nell'esame delle questioni particolari. La mente affaticata del Nietzsche non aveva la forza di esaminare e analizzare bene una questione prima di esporre e di sostenere la prima risposta che gli piacesse. Così egli non s'è mai accorto dell'enorme controsenso che c'è nel suo rimpianto delle età istintive e barbare anteriori ad ogni legame e ad ogni morale. Se quelle età sono esistite veramente perchè mai a un tratto si son guastate? Se gli istinti soli regnavano tutto doveva andar per il meglio e non si capisce da quale parte sia venuta fuori la prima legge o la prima morale ch'è venuta a deturpare quell'età dell'oro della saggezza istintiva. Dagli istinti non possono esser venute davvero le catene degli istinti e dai deboli neppure perchè un regime di quel genere non tollera i deboli e se i deboli fossero giunti a imporsi significherebbe che i forti sarebbero stati infiacchiti e intorpiditi senza capir come e perchè. L'origine delle prime limitazioni rimane dunque inesplicata, come rimane misteriosa la potenza che i deboli, gli schiavi avrebbero dimostrata, secondo il Nietzsche, imponendo ai potenti, ai signori la loro morale. Imporre ai forti i valori dei deboli, non è forse una delle prove più meravigliosa di potenza? E questa prova il cristianesimo, secondo il Nietzsche, l'ha data. Come chiamarlo, dopo questo, la dottrina degli impotenti?
   La superficialità della mente del Nietzsche si mostra anche nel grande stupore e nella grande fede ch'egli ebbe nell'idea dell'Eterno Ritorno. Questa ipotesi non solo non era nuova — risale ai Pitagorici — ma è, anche, un'assurdità per chiunque non la prenda solo come un mito con fini morali. Anche accordati alcuni principi indimostrabili (come l'infinità del tempo) non è necessario prevedere il ripresentarsi di una disposizione identica dagli elementi del mondo, prima di tutto perchè è possibile formare una serie infinita di combinazioni con un numero finito di elementi e inoltre perchè, data la possibilità indefinita di spostamenti nello spazio, sono possibili infinite posizioni diverse riguardo alla distanza o alla localizzazione nello spazio, anche quando si tratti di sistemi simili di elementi.
   La stessa frettolosità di esame si trova nelle critiche che il Nietzsche fa al Cristianesimo, ch'egli considera, e ben a torto, come la dottrina dei malati e degli inetti, mentre se avesse letto con attenzione i Vangeli avrebbe visto come Gesù appare soprattutto come l'apportatore della salute e della forza, come colui che riconosce la naturalezza del male e del peccato, come colui che ama la vita e la grazia e fugge la scienza dei dottori e l'ipocrisia dei devoti. E se avesse riflettuto di più non avrebbe accusato così leggermente il Cristianesimo di aver rovinata la civiltà e di aver resi malati gli uomini perchè o il Cristianesimo non è stato capito nè seguito, come il Nietzsche stesso riconosce certe volte, 3, e allora è stupido accusarlo di effetti che non ha potuto produrre, o il Cristianesimo è stato veramente una delle forze efficaci del mondo e allora il Nietzsche avrebbe dovuto spiegare come mai ha dato origine a una nuova aristocrazia spesso violenta e aggressiva, come il clero, e come mai si sia conservata così alta la vitalità dei popoli cristiani. O mentisce la storia, o mentisce Federico Nietzsche: non vedo nessun compromesso possibile. 4.
   Qualcosa di simile si può osservare per la scienza, alle cui astrazioni il Nietzsche contrappone fieramente la ricchezza e varietà del divenire. Ma egli dimentica, pare, che soltanto a patto di superare la diversità e di ricercare le somiglianze e i concetti la scienza è stata capace di farci prevedere, cioè di darci una vera e propria potenza sulle cose.
   Alla stessa leggerezza si deve attribuire la sua apologia dell'errore e, del falso come utili alla vita. Una proposizione è vera solo in quanto ci fa prevedere qualcosa, cioè in quanto ci è utile per agire o per non agire, vale a dire che se vi sono delle teorie che sono utili esse sono anche vere, per quanto qualcuno le possa dir false. Quando s'introduce il concetto di pratica la distinzione tra vero e falso cambia di aspetto e falso diventa ciò che non ha senso o ciò che dà delle aspettative che non si verificano, cioè qualcosa ch'è assolutamente inservibile. Del resto parlando di errore e di falso il Nietzsche ha dimostrato una strana assenza di senso storico, dichiarando contrarie alla vita certe regole o certe credenze che in altri tempi e in altre condizioni sono state adatte e favorevoli alla vita e che son divenute nemiche della vita soltanto perchè son restate sempre le stesse mentre è cambiata la corrente vitale a cui facevano da parapetto.
   Ma in questo e in altri casi il Nietzsche ha dato prova di una ristrettezza inquietante, che contraddice la sua fama di spirito aquileo, spaziante nei più grandi cieli. Già il problema centrale del Nietzsche e, per usare una frase a lui cara, «umano, troppo umano» giacchè si ferma a considerare quasi esclusivamente rapporti tra gli uomini e la potenza degli uomini sugli uomini, mentre il problema del potere e molto


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più largo e comprende quello del potere dell'uomo sulle cose, che, risolto, potrebbe diminuire di molto l'importanza degli altri.
   Un'altra prova, e più grave, di questa angustia mentale, il Nietzsche la dà impiegando assai spesso quel procedimento critico, caro ai materialisti e a tutti quelli che si compiacciono di ridurre l'alto al basso, che consiste nel cercare di gettare del discredito e del disprezzo su certe cose ritenute superiori mostrando come esse derivino da cose riguardate come spregevoli e inferiori. La scienza, per esempio, è una creazione dell'istinto utilitario 5. — la religione è una forma di esaurimento e di malattia nervosa 6. — la buona coscienza è un effetto della buona digestione 7. e così via. Codesto procedimento è, come si vede facilmente, di assai piccolo valore, giacchè il solo fatto che una cosa ha come antecedente una cosa vile non dimostra la sua viltà e bassezza. La buona spica del grano non sorge forse dal fetente concime?
   Anche ammesse le origini prettamente animali di certe attività elevate dell'uomo non è dimostrato ch'esse non abbiano acquistato una vita e una ragione per conto loro e si siano rese indipendenti, col tempo, dalle loro progenitrici. D'altra parte se il corpo, se la volontà di potenza, o chi altri sia, hanno creato la conoscenza significa che non potevano farne a meno e che la scienza era necessaria a certi loro fini che altrimenti non avrebbero raggiunti. Ma è giusto chiamare sprezzantemente schiava una cosa indispensabile? E uno strumento non può divenire col tempo più prezioso di colui che l'ha fabbricato?
   Come si vede la superficialità del Nietzsche lo porta a delle contraddizioni di una ingenuità vergognosa. E non voglio insistere sul fatto che tutto il sistema è incardinato sopra una contraddizione fondamentale, quella stessa che si trova nel Marx e nello Spencer, cioè tra la tendenza a voler accettare la natura, lo statu quo senza benefizio d'inventario, accettando il male, il dolore, il malvagio, e la tendenza che lo porta invece a voler cambiare le cose, a voler modificare l'uomo, a voler sopprimere in lui certi sentimenti a volerne eccitare altri, a voler creare, infine, una specie nuova, una razza inedita, un nuovo tipo di vita e di civiltà. Questa antitesi tra l'accettazione e il cambiamento, tra l'adorazione di ciò che è e l'aspirazione a ciò che non esiste, è in certo modo il verme secreto di tutto il pensiero nietzschiano, il quale non seppe scegliere tra l'istinto e la scelta. La sua debolezza non gli permise le grandi decisioni come non gli aveva permesso le analisi profonde. Ambedue le cose gli erano rese troppo difficili dalla sua irrimediabile fiacchezza e dal suo perpetuo sfinimento. Tutto quello che gli restò dì energia lo spese per gridare in belle e forti parole il suo desiderio di salute e di forza trasformato in teoria redentrice e per suonare e risuonare alcuni arguti motivi con un suo posticcio flauto di antico saggio. Egli fu un incantevole novellatore di miti, un gaio trovatore di canzoni a ballo 8; un delizioso causeur di malignità antiscientifiche e anticristiane. Ma tutta la sua passione, e tutto il suo lirismo e tutte le sue agudezas non bastarono a far dí lui un ottimo filosofo. Io non so quanto i suoi valori possano o debbano essere preferibili agli altri ma so certamente che i metodi coi quali ha voluto incidere filosoficamente le nuove tavole della legge son cattivi. Non voglio dire se la sua causa sia o no la mia, ma certo posso dire ch'egli è stato, in tutti i casi, un mediocre avvocato della sua causa.
   È stato egli un ascenditore febbrile di montagne, slegato e sfasciato prima di tutti, che ha intuonato i canti di festa dinanzi alle aurore che non hanno ancora illuminato la faccia di nessun uomo oppure fu una specie di barbaro nato fuori di tempo, smarrito nella modernità, malato e turbato dalla civiltà, che s'impadronì della cultura più raffinata per rinnegarla, che glorificò con parole gli istinti non potendo più viverli?
   Questo non so nè voglio dire. Io ascolto i suoi canti e i suoi gorgheggi melodiosi con lo stesso rapimenti col quale il viandante notturno ascolta il canto dell'usignolo solitario, ma quando l'usignolo si cambia in corvo sapiente e vuol insegnarmi l'unico, il buono, il vero cammino il mio riso mal rattenuto risveglia tutti gli echi e le ombre della notte.


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